Home»articoli»Energia, l’Italia guardi anche sotto i propri piedi

Energia, l’Italia guardi anche sotto i propri piedi

di: Simonetta Ceraudo
0
Condivisioni
Pinterest WhatsApp

In queste settimane si sta decidendo una parte importante della politica energetica italiana dei prossimi anni.

Il Governo ha avviato il percorso per chiedere all’Unione europea di utilizzare integralmente il margine di flessibilità previsto per la sicurezza energetica, pari allo 0,6% del PIL nel triennio 2026-2028: risorse molto consistenti, che potrebbero essere mobilitate già a partire dal 2026.

Non si tratta semplicemente dell’ennesima misura emergenziale contro il caro energia. L’obiettivo è finanziare interventi capaci di rafforzare strutturalmente il sistema energetico, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti.

È quindi una scelta che riguarda non soltanto quanto spendere, ma soprattutto quale sistema energetico vogliamo costruire.

Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno mostrato con particolare evidenza quanto questo tema sia strategico.

La crisi dello Stretto di Hormuz, uno dei principali colli di bottiglia energetici mondiali, ha ricordato quanto rapidamente una tensione geopolitica possa trasferirsi sui mercati dell’energia. Prima del conflitto, attraverso quello stretto transitava circa il 20% del greggio mondiale. Il blocco ha avuto effetti immediati sulle quotazioni internazionali: il gas europeo è arrivato a superare i 60 euro/MWh e il Brent i 100 dollari al barile.

Come mostra efficacemente il recente approfondimento de Il Sole 24 Ore – Lab24, “Come la guerra in Iran incide sul costo di energia, carburanti e prezzi al consumo”, gli effetti di una crisi delle rotte energetiche non rimangono confinati al settore petrolifero, ma si propagano all’economia, ai trasporti e ai consumi.


La sicurezza energetica, dunque, non è un concetto astratto. Significa anche ridurre l’esposizione del Paese a risorse e rotte di approvvigionamento sulle quali abbiamo inevitabilmente un controllo limitato.

Per questo le risorse che potranno essere destinate all’energia rappresentano un’occasione importante per ragionare non soltanto sulle infrastrutture necessarie, ma anche sulle fonti attraverso le quali rendere il sistema italiano più diversificato e meno vulnerabile.

E allora, da geologo, credo sia necessario porre una domanda molto semplice: nel momento in cui decidiamo di investire miliardi nella sicurezza energetica, quanto spazio intendiamo riservare alle risorse che il nostro territorio può realmente offrire?

Quando l’Italia seppe trasformare il territorio in energia

La nostra storia offre un precedente significativo.

Tra la fine dell’Ottocento e gran parte del Novecento l’Italia è stata all’avanguardia nello sviluppo dell’energia idroelettrica.

Un Paese privo delle grandi riserve di carbone delle principali potenze industriali europee seppe trasformare un limite in un’opportunità: utilizzare l’acqua e i dislivelli, conoscere la geologia delle valli, progettare dighe e invasi e costruire infrastrutture che ebbero un ruolo determinante nell’elettrificazione e nello sviluppo industriale nazionale.

È una storia che ho avuto modo di ritrovare personalmente in luoghi molto diversi tra loro. La diga di Teleccio, in Piemonte. La diga di Corbara, in Umbria. La diga di Acerenza, in Basilicata.

Nord, Centro e Sud: tre esempi diversi di una stessa capacità italiana di mettere insieme conoscenza del territorio, geologia, ingegneria e produzione energetica.

Non è nostalgia per le grandi opere del passato. È piuttosto la dimostrazione che l’Italia, quando ha saputo leggere le caratteristiche del proprio territorio e investire nelle competenze necessarie, è stata capace di trasformarle in una risorsa energetica e in un patrimonio tecnologico.

Ed è proprio questo precedente che dovrebbe farci riflettere oggi.

La geotermia: una storia italiana lunga più di un secolo

Esiste infatti un’altra fonte energetica intimamente legata alle caratteristiche geologiche del nostro Paese: la geotermia.

E qui emerge un paradosso.

L’Italia non deve scoprire la geotermia. È stata proprio l’Italia, a Larderello, all’inizio del Novecento, a sperimentare per prima al mondo la produzione di elettricità dal calore della Terra.

Abbiamo quindi una storia più che centenaria, condizioni geologiche favorevoli in diverse aree del territorio nazionale, competenze scientifiche e professionali e tecnologie di alto livello.

Eppure, proprio mentre discutiamo di come investire miliardi per diminuire la dipendenza energetica dall’estero, la geotermia continua ad avere uno spazio molto limitato nel dibattito sulla sicurezza energetica nazionale.

Le ragioni sono diverse e sarebbe sbagliato ignorarle.

Gli investimenti esplorativi e le perforazioni comportano costi iniziali importanti e un rischio legato all’effettiva disponibilità della risorsa. Gli iter autorizzativi possono essere complessi. Esistono inoltre aspetti ambientali e territoriali che richiedono un’attenta valutazione, da affrontare attraverso una corretta caratterizzazione geologica e idrogeologica, una progettazione sito-specifica e adeguati sistemi di monitoraggio.

Ma è proprio su questo terreno che la conoscenza scientifica, le competenze geologiche e l’evoluzione tecnologica possono fare la differenza.

Non esiste una sola geotermia

Quando parliamo di geotermia parliamo, in realtà, di tecnologie e applicazioni molto diverse.

Esiste innanzitutto la geotermia a media entalpia e il geoscambio, che attraverso pompe di calore e sistemi di scambio termico con il terreno possono contribuire alla climatizzazione degli edifici, del patrimonio pubblico e delle attività produttive, riducendo il ricorso ai combustibili fossili.

Ed è un settore nel quale qualcosa sta concretamente cambiando.

Dal 3 agosto 2026, per i titoli edilizi presentati da quella data, gli obblighi di integrazione delle fonti rinnovabili sono stati estesi anche alle ristrutturazioni importanti e agli interventi di ristrutturazione dell’impianto termico. Un cambiamento che può ampliare significativamente lo spazio per i sistemi a pompa di calore geotermica.

Parallelamente, il DM 2 aprile 2026 ha definito un quadro più semplice per gli impianti a sonde geotermiche a circuito chiuso, prevedendo attività libera per gli impianti di minore dimensione e procedure abilitative semplificate entro determinati limiti di potenza e profondità.

Sono novità delle quali l’Ordine dei Geologi del Lazio si è occupato recentemente, con l’approfondimento di Giampiero Gabrielli “Rinnovabili nelle ristrutturazioni: nuove prospettive per il geoscambio”.

Il punto è particolarmente interessante per la nostra professione: l’estensione del geoscambio non riduce l’importanza della conoscenza geologica, ma semmai la accresce.

La valutazione delle condizioni geologiche e idrogeologiche, delle proprietà termiche dei terreni, delle possibili interferenze e della risposta termica del sottosuolo diventa parte integrante della progettazione e del corretto dimensionamento dei sistemi.

Accanto alla medio-bassa entalpia esiste poi la geotermia destinata alla produzione energetica, che utilizza serbatoi geotermici profondi.

Anche in questo campo l’evoluzione tecnologica è stata importante. Sistemi di monitoraggio sempre più avanzati, reiniezione dei fluidi, controllo e abbattimento delle emissioni e nuove configurazioni impiantistiche consentono oggi di progettare interventi con prestazioni ambientali e livelli di controllo molto diversi rispetto al passato.

Questo, naturalmente, non significa che ogni progetto sia realizzabile ovunque o privo di criticità. Significa esattamente il contrario: la geotermia deve partire dalla geologia.

Anche per queste applicazioni la conoscenza del sottosuolo resta determinante: caratteristiche del sistema geotermico, circolazione dei fluidi, condizioni geomeccaniche e possibili interferenze ambientali devono essere valutate caso per caso.

Ma proprio per questo è difficile comprendere perché, in un Paese con la storia geotermica, le caratteristiche geologiche e le competenze dell’Italia, questa possibilità continui a essere considerata quasi marginale nella discussione energetica.

Una fonte rinnovabile programmabile

C’è poi una caratteristica della geotermia che assume particolare importanza proprio quando si parla di sicurezza energetica.

Laddove le condizioni geologiche ne consentono uno sfruttamento sostenibile, la geotermia è una fonte continua e programmabile.

Non dipende dall’irraggiamento solare e non dipende dalla presenza del vento. Può contribuire alla produzione energetica con continuità e, nelle applicazioni termiche, può ridurre significativamente il fabbisogno energetico degli edifici.

A questo si aggiunge un altro elemento non secondario in un Paese come il nostro: molte applicazioni geotermiche presentano un’impronta territoriale e paesaggistica contenuta. Nel geoscambio, in particolare, gran parte del sistema si sviluppa nel sottosuolo e può integrarsi nel costruito senza modificare in modo significativo la percezione dei luoghi. Anche questo è un aspetto da considerare quando si valutano le diverse soluzioni energetiche in relazione alle caratteristiche e alla sensibilità dei territori.

Questo non significa contrapporla al fotovoltaico o all’eolico.

La transizione energetica richiederà necessariamente un sistema articolato: solare, eolico, idroelettrico, accumuli, reti, efficienza energetica e geotermia, con soluzioni differenti a seconda delle caratteristiche dei territori.

Ma se l’obiettivo dichiarato è aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti e ridurre la dipendenza dalle fonti fossili importate, allora appare ragionevole chiedersi se una fonte rinnovabile interna e programmabile non meriti un ruolo maggiore nella pianificazione energetica nazionale.

L’Islanda: quando la geologia diventa una risorsa

Esistono esperienze internazionali che mostrano quanto la conoscenza del sottosuolo possa diventare parte integrante di un modello energetico e territoriale.

Penso in particolare all’Islanda, che l’Ordine dei Geologi del Lazio ha scelto in passato anche come meta dei propri viaggi di studio. Non è un riferimento casuale: è un territorio geologicamente straordinario e complesso, nel quale vulcanismo, sismicità e attività geotermica sono elementi strutturali del paesaggio e della vita delle comunità.

L’aspetto più interessante dell’esperienza islandese non è però soltanto la quantità di energia prodotta attraverso la geotermia. È il rapporto che il Paese ha costruito con le proprie risorse geologiche: conoscenza scientifica, monitoraggio, ricerca e tecnologia hanno consentito di trasformare una condizione naturale complessa in un elemento del sistema energetico nazionale, utilizzato per la produzione elettrica ma soprattutto per il riscaldamento degli edifici e per numerose attività produttive.

Naturalmente l’Islanda non è l’Italia e sarebbe improprio pensare di replicarne semplicemente il modello. Le condizioni geologiche, demografiche ed energetiche sono profondamente differenti.

Ma il principio che quell’esperienza ci consegna è importante: conoscere le caratteristiche geologiche di un territorio significa anche comprenderne le risorse e individuare le condizioni nelle quali possono essere utilizzate in modo sostenibile.

In una fase nella quale le crisi internazionali stanno riportando al centro il tema dell’autonomia e della diversificazione energetica, l’esperienza islandese invita almeno a domandarci quanto delle risorse disponibili nei nostri territori non sia ancora adeguatamente conosciuto e valorizzato.

E il Lazio?

Questa domanda ci riguarda molto da vicino.

Il Lazio presenta un quadro geologico di particolare interesse per la geotermia, legato soprattutto alla presenza dei distretti vulcanici e dei sistemi idrotermali che caratterizzano ampie porzioni del territorio regionale. A questo si aggiungono le possibilità offerte dalla geotermia a media entalpia e dal geoscambio, che non sono limitate alle sole aree caratterizzate dalle anomalie termiche più importanti.

Il Lazio ha dunque le caratteristiche per ambire a diventare un territorio di riferimento nazionale per lo studio, la sperimentazione e l’utilizzo sostenibile delle diverse forme di energia geotermica.

Non significa immaginare centrali geotermiche ovunque. Significa qualcosa di più interessante: costruire conoscenza.

Significa approfondire il potenziale delle diverse aree, distinguere le applicazioni possibili, sviluppare la caratterizzazione geologica, idrogeologica e termica del sottosuolo, individuare i vincoli ambientali e territoriali e comprendere dove il geoscambio, gli usi diretti del calore o, laddove ne ricorrano realmente le condizioni, la produzione energetica possano trovare applicazione.

È proprio in una regione geologicamente complessa come il Lazio che il contributo dei geologi diventa essenziale: non per sostenere una tecnologia a prescindere, ma per stabilire dove sia possibile utilizzarla, con quali tecnologie e nel rispetto di quali condizioni.

Per questo credo che il Lazio possa rappresentare un laboratorio particolarmente interessante. Un territorio nel quale ricerca, professioni, istituzioni e imprese possano lavorare insieme per trasformare il potenziale geotermico in conoscenza, progetti e, dove le condizioni lo consentano, produzione energetica.

Come geologi abbiamo una responsabilità particolare in questo percorso: portare nel dibattito pubblico la conoscenza del territorio e del sottosuolo, senza nascondere le criticità ma senza rinunciare a valutare le opportunità che la ricerca e l’evoluzione tecnologica oggi consentono.

La transizione energetica non riguarda soltanto le tecnologie con cui produciamo energia. Riguarda anche la capacità di conoscere le risorse disponibili, comprenderne i limiti e stabilire dove e a quali condizioni possano essere utilizzate in modo sostenibile.

È anche da questa prospettiva che l’Ordine dei Geologi del Lazio continuerà nei prossimi appuntamenti ad approfondire il rapporto tra energia, territorio e risorse del sottosuolo, favorendo il confronto tra competenze scientifiche, professionali e istituzionali.

La geotermia, in questo quadro, merita un’attenzione maggiore: non come soluzione da applicare indistintamente, ma come una risorsa che l’Italia, e il Lazio in particolare, hanno le conoscenze e le competenze per studiare, valutare e, dove ne ricorrano le condizioni, utilizzare.

Articolo precedente

Corruzione e appalti: i dati del rapporto ANAC 2020-2026

Articolo successivo

Questo è l'articolo più recente.