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Lanzarote 2026: geologia condivisa, territorio e tempo tra colleghi

di: Giampiero Gabrielli
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Lanzarote 2026 non è stato soltanto un viaggio geologico. È stato anche tempo trascorso insieme tra colleghi, confronti continui, osservazioni nate lungo i percorsi, discussioni davanti a una colata lavica o dentro un tubo vulcanico, spesso senza distinzione tra momento formativo e momento conviviale. In un periodo in cui gran parte del lavoro professionale tende a diventare sempre più veloce e frammentato, ritrovare il tempo per osservare il territorio insieme assume un valore particolare.

Un ringraziamento al collega Marco Vinci per l’organizzazione di questa esperienza costruita attorno alla geologia condivisa.

Lanzarote rappresenta uno dei contesti più leggibili per l’osservazione dei processi vulcanici basaltici in ambiente oceanico intraplacca. L’isola, parte dell’arcipelago delle Canarie, è legata a un hotspot e presenta un vulcanismo prevalentemente basaltico alcalino, poco evoluto e caratterizzato da basse viscosità magmatiche. Il sistema è dominato da attività effusiva e stromboliana, con morfologie che si conservano in modo estremamente evidente grazie al clima arido e alla limitata erosione superficiale.

Tra gli elementi osservati: coni stromboliani monogenici, sistemi fissurali, colate ʻaʻā e pāhoehoe, tubi lavici e scorie basaltiche vesicolari.

L’area di Parque Nacional de Timanfaya è stata interessata dalle eruzioni principali del 1730–1736 e del 1824, che hanno ricoperto circa un quarto dell’isola. Sono ancora presenti anomalie geotermiche superficiali, con temperature elevate già a basse profondità.

Presso Volcán El Cuervo è particolarmente evidente il rapporto tra cono di scorie e colata lavica associata, leggibile grazie al breach laterale dell’edificio vulcanico.

Nel settore settentrionale dell’isola, Volcán de la Corona alimenta il sistema lavico collegato a Cueva de los Verdes e Jameos del Agua, esempi ben conservati di tubi lavici generati da colate fluide e successivi collassi del tetto.

Tra i campioni osservati ricorrevano frequentemente scorie basaltiche nere con presenza di olivina verde, indicative di magmi relativamente primitivi e poco evoluti.

Interessante anche il rapporto tra geologia e utilizzo agricolo del territorio nell’area di La Geria, dove i vigneti vengono coltivati nei lapilli vulcanici (“picón”), utilizzati per trattenere l’umidità e limitare l’evaporazione.

Con il passare dei giorni il programma iniziale ha lasciato spazio a un approccio più spontaneo, seguendo i tempi del territorio e delle osservazioni condivise. Probabilmente è stato anche questo uno degli aspetti più interessanti del viaggio: la possibilità di vivere la geologia non soltanto come materia tecnica, ma come occasione di confronto umano e professionale tra colleghi.

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