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Il futuro della geologia si scrive anche con l’Intelligenza Artificiale

di: Simonetta Ceraudo
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Il geologo resta la guida del territorio. L’IA, uno strumento in più per conoscerlo

Il 23 settembre 2025 il Parlamento ha approvato la Legge n. 132/2025, la prima legge organica italiana sull’intelligenza artificiale. L’articolo 13, in vigore dal 10 ottobre 2025, si rivolge alle professioni intellettuali e stabilisce due principi vincolanti: l’uso dell’IA deve limitarsi ad attività strumentali e di supporto, con prevalenza sempre garantita del lavoro intellettuale del professionista; e le informazioni sui sistemi di intelligenza artificiale utilizzati vanno comunicate al cliente con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo, a tutela del rapporto fiduciario.

Il Consiglio Nazionale dei Geologi ha dato attuazione a questo principio con la Circolare n. 551 del 20 luglio 2026, che integra l’articolo 6 del nostro Codice Deontologico. Da questo momento, ogni collega che si avvalga di sistemi di intelligenza artificiale nell’esercizio della professione ha il dovere di: possedere piena conoscenza della tecnologia impiegata e le competenze per utilizzarla correttamente; verificare fonti, veridicità e qualità dei dati elaborati dall’IA; accertarsi che i sistemi utilizzati garantiscano adeguate misure di sicurezza e protezione dei dati; e informare il committente, con linguaggio chiaro, su tipologia del sistema utilizzato, scopo e implicazioni del suo impiego, obblighi e responsabilità del professionista.

Un punto va sottolineato con la massima chiarezza, perché è il cuore normativo della riforma: la responsabilità resta interamente, esclusivamente, in capo a noi professionisti. L’intelligenza artificiale può assistere, velocizzare, suggerire. Non può firmare una relazione geologica, non può assumersi la responsabilità di una valutazione, non può sostituire il giudizio professionale che dà valore, e tutela pubblica, al nostro lavoro. È esattamente questo elemento, il giudizio finale, a dover restare “l’elemento prevalente della prestazione d’opera“, per usare le parole del nuovo Codice Deontologico.

Quella centralità del giudizio professionale non è solo un principio giuridico: trova anche un riscontro interessante in un dato che vale la pena leggere due volte prima di passare oltre. Nel report che Anthropic (l’azienda statunitense di intelligenza artificiale che sviluppa i modelli Claude) ha pubblicato lo scorso 5 marzo, gli autori, gli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory, hanno confrontato quanto l’intelligenza artificiale potrebbe teoricamente fare di un lavoro con quanto sta effettivamente facendo oggi, nella pratica reale. Per le professioni informatiche e matematiche, il divario è enorme: il 94% dei compiti sarebbe teoricamente automatizzabile, ma solo il 33% lo è davvero, oggi, nei flussi di lavoro osservati. Un gap di oltre sessanta punti percentuali tra ciò che la tecnologia sa fare e ciò che le organizzazioni hanno effettivamente riorganizzato per farle fare.

Quel gap è il cuore del problema, ed è anche il motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo.

Il paradosso dei colletti bianchi

Il report Anthropic smonta quindi un’intuizione diffusa. Non sono i mestieri manuali e operativi i più esposti all’automazione, come si sarebbe portati a pensare ricordando il dibattito degli ultimi decenni sulla robotica industriale. È vero l’opposto: programmatori, analisti finanziari, addetti al customer service, data entry, market research, cioè professioni ad alta scolarizzazione, spesso associate a percorsi di studio lunghi e retribuzioni elevate. Il report osserva inoltre che i lavoratori più esposti tendono ad avere, in media, retribuzioni orarie superiori del 47% e una probabilità quasi quadrupla di possedere un titolo di studio post-laurea rispetto ai lavoratori con esposizione nulla.

Il motivo è semplice quanto scomodo: tutto ciò che si riconduce a testo, pattern, sintesi documentale e ricerca strutturata (cioè buona parte del lavoro d’ufficio) è il terreno su cui i modelli linguistici si muovono meglio. All’estremo opposto troviamo le professioni che si svolgono fisicamente sul posto, che richiedono presenza costante e contatto diretto con persone, luoghi o materiali, e che restano, ad oggi, ad esposizione pressoché nulla.

A spiegare meglio di chiunque altro questi concetti è stato Christopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia, con una distinzione che vale la pena tenere sempre presente: “le tecnologie sostituiscono compiti, non necessariamente professioni”. Nei suoi interventi più recenti sull’impatto dell’IA sul lavoro, Pissarides insiste su un punto che ci riguarda direttamente: a fare la differenza non saranno le competenze tecniche che una macchina può replicare, ma quelle capacità che restano profondamente umane: giudizio, ascolto del contesto, comprensione di una situazione complessa.

Dove si colloca la geologia in questo quadro? I dati pubblici derivati dal dataset dell’Anthropic Economic Index collocano le scienze geologiche tra le occupazioni a più bassa esposizione osservata, un ordine di grandezza sotto professioni come l’analisi finanziaria o lo sviluppo software. Non è un caso: rilievi di campagna, caratterizzazione di un ammasso roccioso, interpretazione stratigrafica in sito, gestione di un cantiere o di un’emergenza idrogeologica sono attività che richiedono presenza fisica, giudizio che nasce dall’esperienza sul terreno e responsabilità diretta. Sono gli elementi che, oggi, un sistema di intelligenza artificiale non può fornire.

Ma è al livello delle singole attività, più che dell’occupazione nel suo complesso, che si gioca davvero la partita. La redazione preliminare di relazioni, le sintesi bibliografiche e normative, l’elaborazione e classificazione di dati, le elaborazioni GIS e la cartografia automatica, l’analisi di immagini satellitari, la gestione di database e documentazione tecnica: sono compiti oggi ad esposizione medio-alta, che un sistema di intelligenza artificiale può già velocizzare in modo significativo. Viceversa, il rilievo sul campo, l’interpretazione critica e la responsabilità della decisione finale restano a rischio di sostituzione basso: è il terreno in cui il giudizio del geologo, non un algoritmo, continua a fare la differenza.

Questo non è, però, un lasciapassare. È un punto di partenza.

Perché non possiamo permetterci di sentirci al sicuro

Il rischio più grande, di fronte a questi numeri, è leggerli come una rassicurazione definitiva. Il report è chiaro: non c’è ancora un aumento sistematico della disoccupazione tra i lavoratori più esposti all’IA dal 2022 a oggi. Ma tra i lavoratori più giovani, tra i 22 e i 25 anni, che entrano in occupazioni ad alta esposizione, il tasso mensile di ingresso in un nuovo impiego è calato di circa il 14% rispetto al periodo precedente alla diffusione su larga scala dei modelli GPT. Nessun licenziamento di massa, ma una porta d’ingresso che si restringe silenziosamente, mentre la stampa discute di scenari apocalittici che i dati, per ora, non confermano.

È la stessa logica del gap tra esposizione teorica e osservata: siamo nella fase lenta immediatamente prima dell’accelerazione. Le organizzazioni non hanno ancora ristrutturato i propri processi attorno a ciò che l’IA sa già fare. Ma lo faranno, e chi si troverà pronto sarà nella posizione migliore. Per la geologia, questo significa una cosa precisa: la protezione strutturale che oggi il nostro lavoro sul campo ancora ci garantisce non è una licenza a ignorare la trasformazione. È il tempo, prezioso e non infinito, per governarla da una posizione di forza invece che di emergenza.

Da rischio a leva: perché questa può essere la nostra occasione

C’è però un modo di leggere questi stessi dati che ribalta la prospettiva. Se l’intelligenza artificiale è sistematicamente più efficace sui compiti dematerializzati e strutturalmente inefficace su tutto ciò che richiede presenza fisica, rilievo diretto e giudizio situato, allora il nucleo della professione del geologo, ad oggi, non è minacciato: anzi, è reso ancora più necessario, perché diventa l’anello che nessuna automazione può bypassare tra un territorio reale e una decisione che ha conseguenze reali.

In Italia i geologi iscritti all’Albo sono un numero contenuto rispetto alla domanda potenziale di competenza geologica sul territorio. È una scarsità strutturale e non congiunturale. Quindi, uno strumento che ci permette di lavorare più velocemente su analisi documentale, elaborazione dati, reportistica, ricerca bibliografica e normativa (liberando tempo per il rilievo, l’interpretazione e il giudizio professionale che restano insostituibili) non è una minaccia a questa scarsità, anzi, è una leva per colmarla. Detto altrimenti: l’IA non è un concorrente del geologo, è uno strumento operativo di supporto, proprio come lo è stato il GIS o il drone prima di essa. E come ogni strumento operativo, il suo effetto dipende interamente da chi lo impugna, un principio che il geologo conosce bene: pochi mestieri hanno attraversato una trasformazione tecnologica paragonabile alla nostra negli ultimi vent’anni, dal rilievo con bussola e martello alla GeoAI, passando per droni, LiDAR e modellazione tridimensionale del sottosuolo.

Chi tra noi saprà studiare seriamente l’intelligenza artificiale, comprenderne i limiti e integrarla nel proprio metodo di lavoro, non vedrà ridursi il proprio ruolo: lo vedrà moltiplicato. Potrà gestire meglio gli incarichi, rispondere più rapidamente a un’emergenza, offrire un servizio più completo a parità di tempo. Coglierla non è facoltativo: è la differenza tra guidare questa trasformazione e subirla.

Un appello, in particolare, ai più giovani

Quella scarsità strutturale, però, rischia di aggravarsi per un problema che è tutto nostro: il rovescio della medaglia di questa capacità di innovare che ci contraddistingue è che siamo stati poco bravi a raccontarla. L’immagine pubblica della geologia, ancora legata allo stereotipo della professione antica e immutata, è rimasta indietro rispetto alla sua realtà. E questo ha un costo concreto: se sempre meno ragazzi si iscrivono a Scienze Geologiche, anche per questo, e più in generale per il calo demografico che l’Italia attraversa, il numero dei laureati si riduce, e con esso i professionisti disponibili per un territorio che, come sappiamo, ha bisogno crescente di questa competenza. Il vero collo di bottiglia della categoria è la scarsità di iscrizioni all’origine, non il mercato del lavoro post-laurea: chi si laurea in geologia, essendo così pochi, trova generalmente impiego con relativa rapidità.

Questa è una battaglia che si vince su due fronti: raccontando meglio, a chi deve ancora scegliere, cosa significhi oggi essere geologo; e preparando al meglio chi quella scelta l’ha già fatta.

È a questi ultimi che voglio rivolgermi con franchezza: agli studenti che si preparano agli esami di Stato, ai colleghi al primo ingresso nella professione. Sarete voi la struttura portante della geologia dei prossimi decenni, e affronterete questa trasformazione da protagonisti, non da spettatori. Chi tra voi studierà oggi seriamente questi strumenti, insieme alla propria materia, partirà in una posizione che nessuna generazione di geologi ha mai avuto prima: potrà integrare fin dal primo giorno di lavoro un metodo che altri dovranno faticosamente reimparare. È un vantaggio che il mercato comincia già a riconoscere, preferendo chi dimostra di saper lavorare con questi strumenti, non solo accanto ad essi. Non è un invito a inseguire la tecnologia per sé stessa, né a sostituire con essa gli anni di rigore sul campo che nessuno strumento può replicare. È un invito ad arrivare preparati, con la stessa serietà con cui vi preparate a un rilievo o a un esame, a un cambiamento che non aspetterà che siate pronti per cominciare.

Cosa significa, concretamente, per ognuno di noi

Che siate all’inizio della carriera o già affermati, la domanda di fondo è la stessa per tutti. Non è più sufficiente sapere che il nostro mestiere è, per ora, meno esposto di altri. La normativa ci chiede oggi di formalizzare qualcosa che dovremmo comunque fare per ragioni professionali, non solo di conformità: sapere esattamente quali strumenti usiamo, perché li usiamo, e come lo comunichiamo a chi si affida a noi.

Invito quindi ciascuno di noi, come ho iniziato a fare io stessa, a porsi questa domanda: il lavoro che stiamo facendo oggi, e il modo in cui lo stiamo facendo, ci rende un moltiplicatore di valore (professionisti la cui competenza si amplifica usando questi strumenti) o rischiamo di trasformarci in una prestazione indifferenziata, sostituibile, in una parte crescente delle nostre attività, da chi saprà usare questi strumenti meglio e prima di noi? La risposta non sta nella laurea che abbiamo conseguito, né negli anni passati a studiarla. Sta in quanto siamo disposti, oggi, a ripensare il modo in cui lavoriamo, dentro un quadro che, per la prima volta, ci chiede anche di renderne conto per iscritto, ai nostri clienti e alla nostra deontologia.

Il campo, per ora, resta nostro. La domanda che dobbiamo porci non è più solo come difenderlo, ma come usare gli strumenti a nostra disposizione per ampliarlo, a beneficio della nostra professione e del territorio che siamo chiamati a tutelare.

Il tempo per farlo comincia adesso.

Nota: Questo articolo è stato scritto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale per la ricerca delle fonti e la revisione del testo. Contenuti, tesi e responsabilità restano interamente personali.

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