Geologia a scuola: la conoscenza del territorio come fondamento della prevenzione
di: Simonetta CeraudoComprendere il territorio significa governarlo: restituire alla geologia un ruolo stabile nella scuola e nelle istituzioni è una scelta di responsabilità verso il futuro del Paese.
In un Paese come l’Italia, dove il paesaggio racconta una storia fatta di montagne giovani, vulcani attivi, coste in trasformazione e fragilità diffuse, sorprende quanto poco spazio venga dedicato alla geologia nella formazione scolastica. Eppure, proprio qui, all’inizio del Seicento, il naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi coniò il termine geologia, riconoscendo che lo studio della Terra meritava un’identità scientifica autonoma. Oggi quella intuizione non è soltanto attuale: è necessaria.
La geologia non è lo studio astratto delle rocce, ma la conoscenza dei processi che rendono possibile — o rischioso — abitare un luogo. Terremoti, frane, disponibilità idrica, stabilità degli edifici e gestione delle risorse naturali dipendono dalle caratteristiche geologiche dei contesti in cui viviamo. Comprendere il territorio significa quindi comprendere le scelte collettive: dove costruire, come far crescere una città, quali interventi possano davvero durare nel tempo.
Eppure viene spontaneo chiedersi: tutto questo i nostri studenti lo sanno?
La risposta, guardando ai percorsi formativi, non può essere pienamente positiva. La geologia compare spesso in modo frammentario, confusa tra altre discipline scientifiche e raramente riconoscibile nella sua identità autonoma e nel suo ruolo di chiave di lettura del paesaggio. Così accade che molti studenti attraversino l’intero percorso scolastico senza acquisire strumenti per interpretare l’ambiente che abitano, pur vivendo in uno dei Paesi europei più complessi dal punto di vista geologico.
Basta spostarsi dal piano teorico a quello delle scelte concrete per capire quanto questa conoscenza sia decisiva. La geologia entra infatti nelle decisioni prima ancora che nei progetti, perché contribuisce a definire le condizioni entro cui le trasformazioni possono davvero avvenire. Gli studi geomorfologici, idrogeologici e sismici non rappresentano un adempimento formale, ma il momento in cui un luogo viene letto per ciò che è realmente. Mentre la pianificazione immagina il futuro, il geologo ne misura la possibilità concreta, traducendo la complessità naturale in scelte tecniche e amministrative più consapevoli.
Questo diventa ancora più evidente quando si parla di tutela ambientale. In un’Europa che chiede sempre maggiore sostenibilità, è necessario ricordare che essa non comincia con gli interventi, ma molto prima, perché nasce dalla conoscenza preventiva del suolo e del sottosuolo. Nelle bonifiche come nelle trasformazioni urbane, una corretta lettura geologica permette di evitare soluzioni apparenti, restituire funzionalità ai terreni compromessi, ridurre il consumo di nuovo suolo e promuovere un uso consapevole della risorsa idrica, oggi sempre più centrale per l’equilibrio dei territori. Lo stesso vale per l’energia, dove ogni scelta che coinvolge il sottosuolo, dalla geotermia alle nuove strategie di approvvigionamento, richiede una lettura geologica capace di tenere insieme innovazione, sicurezza ed equilibrio ambientale. In questo quadro rientra anche il tema delle materie prime critiche, sempre più strategiche per la transizione energetica e tecnologica europea, la cui ricerca e gestione sostenibile richiedono competenze geologiche in grado di coniugare autonomia strategica, tutela ambientale e conoscenza del territorio. È proprio in questo passaggio che il lavoro del geologo diventa decisivo, trasformando dati e processi naturali in decisioni capaci di durare nel tempo.
Eppure, in un Paese in cui la complessità del governo del territorio rappresenta da sempre una realtà evidente, troppo spesso riconosciuta solo dopo le emergenze, la disciplina continua a perdere attrattività formativa. I dati più recenti mostrano un calo significativo degli iscritti ai corsi universitari di geologia e una progressiva riduzione dei professionisti iscritti all’Albo. La categoria, inoltre, sta rapidamente invecchiando e oltre il 60% dei geologi professionisti ha più di 50 anni. Non riguarda soltanto una professione, ma una distanza che da sempre separa la società dalla conoscenza del territorio in cui vive, troppo spesso considerato solo quando diventa problema.
La scelta di studiare geologia nasce molto prima dell’università. Nasce quando uno studente impara — oppure non impara — che il paesaggio che lo circonda è geologia e che la sua lettura orienta il modo in cui scegliamo di vivere e trasformare i luoghi che abitiamo. Restituire alla geologia uno spazio riconoscibile nella scuola significa formare cittadini capaci di comprendere ciò che li circonda prima ancora di trasformarlo, passando da una cultura dell’emergenza a una cultura della prevenzione.
In questa prospettiva si inserisce anche la proposta del Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Roberto Troncarelli, di istituire un Liceo delle Geoscienze. Non si tratterebbe di un indirizzo specialistico, ma di un percorso formativo capace di integrare scienze della Terra, ambiente, energia e gestione delle risorse, formando una nuova generazione di studenti consapevoli della complessità territoriale del Paese e preparati ad affrontarne le sfide future. Una scelta che avrebbe un valore culturale prima ancora che professionale.
La questione però non riguarda solo la scuola o l’università, ma l’organizzazione stessa dello Stato. Se vogliamo passare da una gestione emergenziale a una reale cultura della prevenzione, è necessario avviare una riforma strutturale che riconosca il ruolo della geologia come funzione permanente del governo del territorio. Oggi la presenza della competenza geologica sul territorio non è ancora adeguata alla complessità e all’estensione del Paese, rendendo evidente quanto sia necessario organizzare in modo stabile e continuativo questa conoscenza anche all’interno delle istituzioni pubbliche.
Ciò significa rafforzare la presenza della disciplina nei percorsi educativi, favorire l’accesso ai corsi di laurea in Scienze Geologiche e, allo stesso tempo, garantire una presenza stabile di geologi all’interno della pubblica amministrazione. In particolare, appare ormai indispensabile prevedere presìdi geologici territoriali a livello comunale o sovracomunale, capaci di affiancare amministratori e tecnici nelle scelte quotidiane di pianificazione, manutenzione e prevenzione dei rischi naturali.
Una simile rete non rappresenterebbe un costo aggiuntivo, ma un investimento strutturale nella sicurezza, nella sostenibilità e nella qualità delle decisioni pubbliche. Significherebbe intervenire prima che i problemi si manifestino, restituendo continuità tecnica alle politiche territoriali e rafforzando la capacità delle istituzioni di governare processi complessi.
Non si tratta solo di una riflessione teorica. Proprio da questa consapevolezza nasce l’impegno di molti geologi che scelgono di entrare direttamente nelle scuole, portando esperienze, esempi concreti e strumenti di lettura del territorio. Iniziative come il progetto “Portiamo la Geologia nelle Scuole”, promosso dall’Ordine dei Geologi del Lazio, vanno in questa direzione e costruiscono un dialogo diretto con gli studenti, parlando di sicurezza, ambiente e prevenzione attraverso chi ogni giorno lavora sul campo e restituendo alla geologia il suo ruolo educativo e sociale. Questo è un segnale importante, ma non può restare affidato solo all’iniziativa dei singoli: richiede una visione istituzionale.
Quattro secoli fa Aldrovandi diede un nome allo studio della Terra. Oggi quella stessa disciplina contribuisce a definire quali luoghi possiamo abitare in sicurezza, quali città possiamo costruire e quali ambienti possiamo realmente preservare. Restituirle una presenza autonoma nell’educazione e nelle istituzioni significa compiere una scelta di responsabilità verso il futuro del Paese.
Perché è difficile governare ciò che non si conosce, e ancora più difficile proteggere ciò che non si è imparato a comprendere.